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LA PRIMA VOLTA CHE...

Festa di diciotto anni

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18 aprile 1950

di Nicola Civinini

La brillantina si appiccica alle mani, lasciandole grasse e lucide. 

Faccio scorrere i denti del pettine partendo dalle tempie verso l’indietro, e sento le punte dei miei capelli che si ribellano sulla nuca a questa costrizione, aggrovigliandosi in piccoli ricci che, ispessiti da quella specie di gelatina, sembrano diventare dei fili di ferro. La riga che ho fatto alla sinistra della fronte per dividere i capelli è perfetta: una linea bianca che sembra tracciata col gesso. Non a caso sono io che uso squadra e compasso in falegnameria.

Lo specchio del comò riflette la mia immagine come non l’ho mai vista: è la prima volta che indosso una cravatta, e sono contento di aver imparato subito, da zio Gino, come fare il nodo “scappino”, quello delle grandi occasioni, mi ha detto. 

La cravatta me l’ha regalata stamani, appena sveglio, zia Gabriella. 

Si è seduta sul bordo del letto, con il suo fare dolce di sempre, mi ha accarezzato la fronte, baciato sugli occhi e mi ha detto: 

“Buon compleanno tesoro mio” e mi ha poggiato sul petto un pacchetto confezionato con della carta velina color giallo paglierino, legato con un piccolo nastro dello stesso colore.

Sono rimasto a lungo in silenzio, guardandola negli occhi… cercando nel suo sguardo quello di mia madre. Si assomigliavano molto, e spesso c’era chi chiedeva se fossero gemelle.

“Grazie zia”

La cravatta mi piace. Ha un colore indefinito fra il tabacco e il bordeaux, e dei piccoli disegni in trama. Comunque sta benissimo con l’abito che fu di mio padre, fatto in tessuto di lana leggera che, nato grigio, fu tinto di blu scuro quando si sposò.

Ecco. Basta con la brillantina. La mia testa è lucidissima, e ordinata. Mi lavo le mani e sono pronto.

“Bruno, andiamo?”

“Eccomi” 

Zio Gino mi aspetta già sulla porta dell’ingresso.

Indosso la giacca sul gilet e la camicia bianca perfettamente stirata da zia.

Lei non c’è a salutarmi, nella sua posizione di sempre: ferma sulla porta di cucina mentre si asciuga le mani col grembiule. La sua guancia destra non è protesa in avanti ad attendere il mio bacio di ogni mattina.

Mi ha salutato subito dopo pranzo, dicendomi: “A stasera. Mi raccomando”.

So perché non è qui adesso, e so anche perché ha detto “mi raccomando”.

Lei non è d’accordo con zio Gino per via del regalo che lui, dall’inizio dell’anno, mi sta facendo sospirare. Me ne parla da mesi, senza però parlarmene, in realtà. Continua a dire che è una sorpresa. La settimana scorsa mi ha annunciato che oggi, dopo pranzo, mi sarei dovuto vestire bene perché era arrivato il momento.

Ed eccomi qua, al massimo della mia eleganza.

Chiude la porta dietro di sé e scendiamo le due rampe di scale fino a passare davanti la finestrella della portiera che, se mi vedesse così conciato, chissà per quanto tempo avrebbe da ricamarci su. Rischio di farmi scoprire inciampando in uno dei suoi vasi di piante sempreverdi, ma per fortuna è orario di siesta, la porta è chiusa e nessuno ci vede uscire.

Scendiamo per via del Colosseo. 

Mi sento un po’ a disagio: l’abito, a cui non sono abituato, altera il mio modo di camminare. 

Mi sento goffo. Cerco di ostentare naturalezza mettendo le mani in tasca. 

Peggio. 

Sbottono e abbottono la giacca più volte. 

Meglio sbottonata.

Temo di incontrare, entrando in via Cavour, i soliti amici di zio Gino al bar dell’angolo, e mi sposto in direzione opposta, tutto a sinistra, tenendo la testa bassa. 

Virata veloce vero i Fori. 

Miracolo, nessun commento, nessuno ci ha visto. Da qui in poi sto tranquillo, posso fare il turista. 

Il sole bagna i resti dell’antica Roma con una luce dorata che mi riscalda e mi tranquillizza un po’. 

Si, perché devo ammettere che sono teso; zio parla di sorpresa, ma io so bene qual è il suo regalo. 

Lui crede che io sia all’oscuro di tutto, ma non sono più un bambino!

“Aspetta, prendiamo il tram” 

Raggiungo zio Gino alla fermata. Il tram sta già arrivando; ed eccoci a bordo. È pieno. 

Quanta gente con la cravatta! Mica compiranno tutti diciotto anni proprio oggi? Non ci avevo fatto caso, prima, a quanta gente porti la cravatta tutti i giorni.

Percepisco lo sguardo di zio su di me: mi osserva con orgoglio, mi sorride.

Il tram sta attraversando piazza Venezia, e mentre sferragliando curva per imboccare via del Plebiscito, ecco quell’immagine che mi assale e quel suono che mi torna forte nelle orecchie.

Riuscirò mai a liberarmi di questo incubo? Ogni volta che passo per questo incrocio, mi accade.

L’urlo delle sirene antiaeree, zia Gabriella che mi trascina correndo nel rifugio, il suono cupo delle bombe, il buio, l’attesa infinita prima di uscire.

Ecco, è un attimo, solo un attimo, poi mi passa. Una volta rivissute tutte le fasi, mi passa. 

Finché però tutti i miei sensi non hanno avuto la loro dose di adrenalina non può finire. Ormai lo so, è così. Mi ci sono abituato.

Le mie orecchie hanno bisogno di essere dilaniate per un attimo da quell’ululato che riempie l’aria, i miei occhi di rivedere il terrore della folla che corre, il mio naso respirare l’odore della polvere, la mia bocca sentire la mancanza di saliva, e la mia mano stringersi a quella di zia Gabriella. 

Poi, come in apnea, il buio, i sospiri, l’umidità, l’attesa. Mi rivedo fuori dal rifugio: è notte, il cielo è bellissimo, stellato, c’è silenzio… tanto, troppo. Ma il momento critico è passato.

E il mio nodo in gola, ora, si sta sciogliendo.

Procediamo per Corso Vittorio. Zio ogni tanto mi guarda e mi sorride sotto i baffi. Ricambio il sorriso.

Davanti a me una coppia di giovani sposi, in piedi, appoggiati al finestrino, stanno mano nella mano. Lei si è tolta un guantino per fare, della sua mano, tenera preda di quella di lui. Devono amarsi molto, i loro sguardi sono indissolubilmente allacciati.

Perché?

Perché proprio quel giorno mamma e papà hanno deciso di andare a trovare nonna a San Lorenzo? 

Me lo chiedo da allora. 

E benché non ci sia una risposta, continuo a chiedermelo.

“Bruno, scendiamo.” 

Siamo a piazza della Chiesa Nuova.

Zio Gino mi precede. Adesso lo vedo un po’ meno spavaldo di prima.

Lo seguo passo a passo, per i vicoletti che si dirigono verso via dei Banchi Nuovi.

Conosco bene questa zona visto che il nostro laboratorio sta ai Coronari. Molti di questi angoli di strada li ho disegnati nel mio blocco di schizzi, e sono entrato a visitare tutte le chiese che stanno qui intorno.

“Bruno…” Zio rallenta per farsi raggiungere da me.

“Bruno, stiamo arrivando”

Lo dice con un tono come…a rassicurarmi.

Sento il battito del mio cuore che aumenta.

Imbocchiamo Vicolo della Campanella.

Suona ad un portoncino che si apre a scatto.

Un corridoio rivestito di piastrelle bianche lucidissime, un forte odore di disinfettante è nell’aria.

Il secondo campanello ha un suono melodioso, e il cancelletto a vetri colorati e ferro battuto si apre su una musica americana e su una nuvola di fumo di sigarette.

Le vene del mio collo sono gonfie all’inverosimile, sento che pompano il sangue facendomi battere il cuore dentro le orecchie.

Ci riceve una signora in carne, in vestaglia.

“Buona sera Signor Gino! Che sorpresa!”

Ma è la signora che ci ha ordinato quella lussuosissima toilette in radica!

“Ah! Ecco! Ci ha portato un giovinotto di primo pelo eh?”

Mi guarda lentamente dalla testa ai piedi, con il sopracciglio sinistro alzato ad arco, con uno sguardo scrutatore, la bocca rossissima arricciata.

“Caruccio, anzi proprio bellino. Per quelli di primo pelo ci abbiamo l’agevolazione, lo sa Signor Gino. Vogliamo fare una semplice?”

“Doppia, per favore. Doppia” 

Mio zio non ha dubbi. Doppia.

Paga.

“Ti aspetto fuori”

Esce.

“Buon compleanno!”

Editodanoi

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Dicembre 2017