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L’ANELLO DI PAGLIA

 

 

 

Era la prima volta che si accorgeva della presenza di quel campanile, laggiù in fondo, svettante sul colmo del colle.

E non aveva mai notato neppure la sagoma scura del bosco che, sulla sinistra, si arrampicava sul fianco della montagna. La piccola valle, circondata dalle colline, era inondata dal sole autunnale: con la sua forma ovale, punteggiata dalle grandi chiome rotonde degli alberi ormai rossi, gialli, arancioni, appariva come un cesto di frutta matura.

Per quarant’anni non aveva mai guardato fuori da quella finestra.

In tutto quel tempo i suoi occhi erano stati rivolti sempre all’interno della stanza, avevano visto solo lei.

 

Si erano conosciuti in quell’albergo.

La loro azienda aveva organizzato un lungo fine settimana di aggiornamento professionale – era stato anche una sorta di premio –  per i migliori collaboratori provenienti da ogni regione, quelli che in quell’anno che stava per terminare avevano realizzato un fatturato di rilievo, e aveva riservato l’intera struttura per loro. Per ognuno dei partecipanti era stata prenotata una camera doppia, dando così la possibilità di far partecipare il proprio partner. 

Emanuele e Lisa erano invece  arrivati da soli. 

All’ultimo momento i loro coniugi  avevano dovuto rinunciare: la moglie di lui alle prese con l’influenza di uno dei figli, il marito di lei impegnato per lavoro.

Era stato un week end di pioggia battente, continua, che non aveva dato tregua. Nonostante la programmazione prevedesse escursioni e interessanti attività all’aria aperta, erano stati costretti a rimanere chiusi in albergo, salvo due uscite inevitabili verso i ristoranti più rinomanti della zona.

La sera del venerdì, dopo cena, si erano ritrovati da soli davanti al caminetto del salone: tutti i colleghi avevano raggiunto le proprie camere con i rispettivi coniugi. Immersi in un’atmosfera calda e ovattata, erano rimasti fino a notte inoltrata ad ascoltare vicendevolmente i racconti della propria vita, catturati dal desiderio di conoscersi. Per ore, non erano riusciti a smettere di dialogare: complici il crepitare della legna e la luce tremolante della fiamma, si era creata fra loro un’intesa perfetta che aveva trasformato la stanza in una sorta di bolla magica, fuori dal tempo. 

I camerieri avevano terminato da un bel po’ il turno di lavoro quando l’ultimo ceppo era diventato brace e, esalando un filo di fumo bianco, si era fatto cenere: avevano allora preso coscienza che l’alba era vicina, e deciso che era giunta l’ora di ritirarsi. 

Il destino aveva riservato loro due camere in fondo al corridoio – all’ultimo piano – proprio una di fronte all’altra. Si erano dati la buona notte, ciascuno dalla propria stanza, attraverso le porte socchiuse.

 

Emanuele osservava la campagna, oltre i vetri, con sguardo ammirato.

Si chiedeva come non avesse mai avuto la curiosità di farlo prima di allora.

Com’era bello quel panorama, com’era dolce.

Si girò verso il letto, intatto.

Guardò la porta socchiusa.

Tornò con gli occhi alla finestra, li alzò verso il cielo – di un azzurro intenso, percorso da dense nuvole bianchissime – e sospirò:

“Ti prego Lisa, ti prego.”

 

Il sabato, giorno successivo a quello in cui si erano conosciuti, quasi non si erano parlati.

Avevano lavorato in gruppo – come previsto dal corso di aggiornamento – scambiandosi solo qualche battuta necessaria. Si erano, più che guardati, controllati a vicenda, stando attenti a non far notare all’altro la propria attenzione.

Una sorta di ansia, che aveva assalito tutti e due, li aveva trattenuti; si erano comportati con fare sospettoso.

Era come se avessero avuto il timore di rompere un incantesimo, come se non ritenessero possibile che l’intesa perfetta creatasi durante la notte precedente, potesse ripetersi. Avevano dubitato che il giorno fosse portatore di una realtà che non aveva niente a che fare con quello che, poche ore prima, era forse stato solo un magico sogno. Un sogno nel quale desideravano di nuovo essere attori, ma che, al tempo stesso, faceva loro paura. 

Quell’ultima sera era stata programmata un’uscita a cena in un ristorante stellato, ad una decina di chilometri dall’albergo; si erano trovati allo stesso tavolo, assieme ad altri sei colleghi, ed avevano avuto tutti e due la certezza di aver fatto in modo che ciò avvenisse, senza però averlo dichiarato apertamente. Si erano seduti uno di fronte all’altra. Come prevedibile, la conversazione – ampiamente ‘incrociata’ fra i commensali – aveva spaziato fra gli argomenti di maggiore ovvietà e banalità; temi scontati si erano susseguiti in ritmo vorticoso: i figli, le vacanze,  la scuola, la casa… perfino le suocere erano state  oggetto di vivace e irridente discussione.

Anche Lisa e Emanuele vi avevano partecipato, quando sollecitati.

Essi avevano però in corso un’altra conversazione privata – muta – fatta di sguardi e micro movimenti del viso e del corpo, visibile e comprensibile solo a loro.

Erano riusciti a dirsi più in quei silenzi, di quanto si fossero raccontati in tutta la notte precedente.

Quella specie di interminabile banchetto era stato, per tutti e due, un supplizio; più passava il tempo, più la sofferenza di dover star lì seduti era divenuta insopportabile: ormai il desiderio di darsi l’uno all’altra era così palese che il fatto di non poterlo mettere in atto seduta stante aveva provocato in loro un dolore quasi fisico.

E invece altre portate, piatti caratteristici a base di cacciagione e funghi, verdure, formaggi, frutta cotta e crostate, avevano allungato l’agonia. Il colpo finale era stato inferto dal caffè e dalla lunga sfilata degli amari e dei tanto decantati liquori di produzione artigianale, uniti a biscotti e biscottini. 

Quando, esaurite tutte le offerte gastronomiche, erano finalmente tornati all’albergo, avevano avuto la sensazione di provenire da un viaggio faticosissimo – come avessero attraversato un deserto a piedi – e quel luogo era parso loro la cosa più simile a ciò che si immagina sia il Paradiso.

Erano riusciti a liberarsi in fretta dei colleghi più premurosi e logorroici, e si erano precipitati in camera.

Quella era l’ultima notte prevista dal programma.

Per loro, era stata la prima.

 

Un sorriso sul volto di Emanuele accompagnava quel ricordo: rivide Lisa entrargli in camera e chiudere dietro di sé la porta che aveva lasciato socchiusa per lei.

Rammentò la vestaglia che indossava – di seta leggera, color glicine – che era caduta a terra mostrandola nuda ai suoi occhi per la prima volta.

Era stato, quel momento, l’inizio di un sogno che durava da quarant’anni.

Ora, nel cielo, stormi di uccelli in partenza per i paesi del sud disegnavano spettacolari e dinamiche forme nere in perenne mutazione.

Disse ancora, accorato, guardando verso la porta:

“Lisa, ti prego.”

 

La domenica mattina avevano dovuto tornare brutalmente alla realtà: ci sarebbe stata un’ultima riunione a chiusura dei lavori, poi il pranzo e i saluti.

Prima che Lisa uscisse dalla camera per rientrare nella sua, Emanuele aveva strappato un ramoscello verde, morbido e flessibile – poco più di un filo d’erba – da un bouquet di fiori che stava sul cassettone, e lo aveva arrotolato due volte su sé stesso facendone una sorta di anellino; aveva preso la mano della sua amata e glielo aveva infilato all’anulare.

Persi l’uno negli occhi dell’altra si erano scambiati, in un lungo silenzio, un sorriso che era stato più di una promessa.

Da allora le due camere erano state prenotate, con un anno di anticipo, per il secondo fine settimana di novembre. Tutti gli anni, senza interruzioni.

Ogni volta i due amanti si erano ritrovati nel loro paradiso, all’ultimo piano del piccolo Albergo de’ fiori, in fondo al Corso.

Il rito, dopo aver preso possesso – separatamente – della propria stanza, era stato sempre lo stesso: Emanuele lasciava socchiusa la sua porta e Lisa, attraversato il corridoio, entrava chiudendola dietro di sé. In quella camera si amavano per un giorno e una notte interi, senza uscire fino al momento della partenza.

La passione iniziale li aveva portati a trascorrere quelle ventiquattro ore insieme, senza parlare: il loro dialogo era espresso dai corpi, dai gesti. Parlavano i baci, le loro lingue che assaporavano la pelle dell’altro, le mani che si intrecciavano e giocavano fra i capelli, il loro palparsi, esplorare, carezzarsi.

Mentre i corpi si cercavano, vibrando nel congiungersi, erano i sospiri che, come un sottofondo musicale, raccontavano – più di qualunque parola detta – l’evolversi dei loro incontri. Raramente, nei primi anni, il loro respiro era stato quello leggero del sonno: dormire non era una priorità in quella stanza.

Facevano l’amore dal momento in cui la vestaglia di Lisa cadeva a terra fino a quando dovevano lasciarsi, il giorno successivo. Era, il loro, un sesso così appassionato e appagante che ambedue percepivano il raggiungimento di una completezza assoluta, una sorta di estasi. Come se, in quelle ore, tutto fosse racchiuso in quella stanza, come se niente mancasse; era la sensazione più vicina alla felicità che avessero mai provato.

Proprio perché, senza bisogno di dirselo, tutti e due pensavano che quel tipo di felicità fosse raggiungibile solo per pochi momenti nella vita, non avevano mai ipotizzato di portarla fuori da quella camera. 

Erano soddisfatti della propria storia familiare; amavano i rispettivi coniugi e non provavano alcun senso di colpa nei loro confronti: non avevano nessuna intenzione di ipotizzare cambiamenti al loro rapporto. Questo non se lo erano mai detto apertamente, ma sapevano di pensarla alla stessa maniera: era palese, scontato, era parte integrante della loro intesa perfetta, rara. Forse unica.

Quando  si lasciavano sentivano di tornare alla loro vita ordinaria rigenerati, rafforzati da quella carica di energia accumulata nei due giorni di clausura.

 

Emanuele, adesso, si era seduto sulla poltrona vicino alla finestra.

Il suo sguardo era fisso verso la porta socchiusa.

Aveva in mano un piccolo anello di paglia secca, se lo girava fra le dita guardandolo come se  quel cerchietto potesse dare risposta alle sue domande.

“Lisa, perché? Che significa, cosa succede?”

Lo aveva trovato alla Reception, quella mattina, chiuso in una busta bianca con sopra il suo nome.

Quel giorno era importante: erano passati esattamente quarant’anni da quando avevano vissuto la loro prima notte d’amore. Forse Lisa voleva festeggiare e per questo si era fatta precedere da quell’oggetto che aveva conservato per tanto tempo? Ma perché non arrivava?

“Quarant’anni, Lisa.”

 

Quarant’anni di passione. Quella non era mai passata. 

Non era cambiata, in intensità. 

Certo, erano cambiati i modi. Il ritmo dei loro corpi aveva decelerato, così come i sospiri; i loro gesti si erano via via addolciti.

Più carezze, più abbracci… sempre più teneri. Le mani sfioravano la pelle dell’altro seguendo – più a lungo, e più lentamente come a non volerne perdere neppure un millimetro – le linee del corpo, e i loro sguardi erano diventati più contemplativi.

Sempre maggiori erano stati, nel tempo, i momenti di pausa in cui si fermavano a perdersi l’uno negli occhi dell’altra.

Il sesso impetuoso dei primi anni era diventato, poco a poco, una sensualità più sottile, meno fisica ma altrettanto eccitante e appagante.

La loro attrazione fisica non aveva subito mutamenti neppure quando erano stati messi duramente alla prova.

Quel giorno che Lisa, lasciata cadere la vestaglia, si era mostrata con una cicatrice al posto del seno sinistro, Emanuele l’aveva accolta fra le braccia e le aveva detto di essere felice di poter appoggiare la testa ancora più vicino al suo cuore per sentirne il battito. E quella volta che lui non aveva avuto il risultato sperato dalla ‘pillolina blu’, lei lo aveva ricoperto di baci, consolandolo come un bambino.

Lui non aveva più capelli fra i quali Lisa potesse far scivolare le sue dita, e quelli di lei, benché  fossero ancora un piacevole gioco per le mani di Emanuele, erano diventati bianchi.

E finalmente, con il passare degli anni, i loro respiri – anche in quella stanza – avevano provato il ritmo leggero del sonno, suonando all’unisono.

 

Fuori era ormai l’imbrunire.

Emanuele si era assopito nella penombra della camera.

Poi, aveva sentito il rumore  della porta che si chiudeva.

“Lisa!”

Era lì, davanti a lui.

Ecco… la vestaglia era a terra.

E lei nuda, bella come sempre.

Tutto era adesso in quella stanza.

 

Lo trovarono, la mattina seguente, con la porta socchiusa, adagiato sulla poltrona.

Sembrava addormentato.

Portava, al dito mignolo, un piccolo anello di paglia.

Fuori dalla finestra il sole brillava su un campanile che svettava, laggiù in fondo, sul colmo del colle.

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Foto della premiazione

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