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Il mio racconto

LA PIOGGIA NELL'ARANCETO

ha vinto il Secondo premio

LA PIOGGIA NELL’ARANCETO

Con lo stesso ritmo lento che ha la risacca sul bagnasciuga di un mare calmo, le leggere folate di vento entravano dalla finestrella senza vetri, aperta sulla campagna: la tendina di cotone, dai bordi laceri, fungeva da anemoscopio, indicando ad ogni passaggio l’intensità del movimento dell’aria.

Anche il canto delle cicale ne era condizionato: a momenti si sentivano lontane, poi sembravano lì dentro.

Il respiro di Rosario era lieve, ma il sonno profondo.

Antonio, seduto sul tavolato di legno, con il mento appoggiato alle ginocchia e le braccia a cingere le gambe, lo osservava in silenzio: ne percorreva con lo sguardo il corpo nudo, abbandonato sul fieno. 

Volgendo lo sguardo oltre la tendina svolazzante, e guardando le chiome degli aranci che si estendevano lungo le pendici dell’Etna, giù verso il mare, gli tornò in mente la prima volta che erano entrati in quel luogo.

 

Quel giorno, tornando da scuola, erano stati sorpresi da un temporale improvviso e si erano rifugiati in quel vecchio deposito abbandonato in mezzo all’aranceto.

All’interno, sotto il rumore della pioggia che batteva impetuosa sulle tegole, si erano tolti le scarpe, piene d’acqua, le camicie e i pantaloni, ed erano rimasti in mutande, con il corpo bagnato. 

Avevano scorto, su un soppalco, un mucchio di fieno: si erano arrampicati sulla scala a pioli e, infreddoliti, si erano buttati dentro a quell’enorme letto di paglia.

Il fieno era caldo, accogliente.

Rosario batteva i denti: tremava per il freddo… ma anche, un po’, per la paura dei tuoni; i capelli, fradici, gli si erano appiccicati al viso. Antonio lo aveva avvicinato a sé, con una mano gli aveva sistemato i ricci, lo aveva stretto fra le braccia e, ricordando come faceva la loro nonna, aveva iniziato a cantare una nenia per farlo calmare:

 

“…totoneddu chianci chianci 

voli l’anaca in mezzu l’aranci
totoneddu arridi arridi 

voli l’anaca in mezzu l’ulivi…”

 

Il fieno li avvolgeva, erano sprofondati dentro fino al collo.

Rosario aveva smesso di tremare.

 

 “…dormi dormi totoneddu 

figliuzzu miu quanto si beddu
si totoneddu nun voli dormiri
vastunatiddi certu avi aviri…”

 

Rosario, rassicurato, si era addormentato. I denti, bianchi, luccicavano dalla bocca socchiusa.

Era stata quella l’ultima immagine che Antonio aveva visto, di suo cugino, prima di essere, anche lui, catturato dal sonno.

 

Poi c’era stato il risveglio, l’imbarazzo di trovarsi abbracciati, e il ritorno a casa, senza dire una parola.  Non ne avevano più parlato di quel pomeriggio nel fienile… come se non fosse mai esistito.

Da allora, però, ogni volta che si erano trovati a passare davanti al deposito, fra di loro calava il silenzio, si creava un lungo momento di sospensione. 

Solo un anno dopo, quando un acquazzone li aveva raggiunti di nuovo mentre stavano attraversando l’aranceto, si erano resi conto di come stessero intimamente desiderando e aspettando quella seconda occasione. 

Sotto la pioggia battente avevano corso fin dentro; poi, guardandosi negli occhi, si erano spogliati febbrilmente ed erano finiti nel fieno con il respiro grosso e il cuore in gola.

E si erano dati il primo bacio.

Avevano, tutti e due, compiuto da poco quindici anni.

Da quel giorno quel luogo divenne il loro nido: decisero che ogni volta che avesse piovuto si sarebbero ritrovati lì, a “pagliare” come avevano chiamato il loro giocare amoroso nel fieno.

Il loro sguardo verso il cielo cambiò totalmente: anche una piccola nuvola all’orizzonte accendeva la loro speranza, un tuono li metteva già all’erta, e le prime gocce d’acqua li vedeva correre verso l’aranceto.

Quando uscivano dal fienile però, tutto tornava “normale”, come se ciò che avveniva lì dentro non li riguardasse. Sapevano che, fuori, il loro “pagliare” era considerato sbagliato… ciò nonostante aspettavano con apprensione e desiderio l’arrivo della pioggia per poter stare insieme.

Nei due anni successivi le piogge furono scarse, trascorsero interi mesi in cui il sole brillò nel cielo senza una minima velatura di nubi. Fedeli alla regola che si erano dati, si incontrarono però solo quando il cielo decideva di piangere qualche lacrima.

Fu dopo l’ultima estate, una delle più secche che ricordassero, che ebbero il coraggio di decidere che il loro amore non poteva essere condizionato dalla meteorologia. 

 

Tutto questo ricordava Antonio, con gli occhi persi sulle chiome degli aranci, che brillavano sotto un cielo sereno.

Rosario si stava svegliando: i denti gli luccicavano dalla bocca socchiusa.

Si guardarono, felici di essere lì, sotto la luce del sole.

Si sentivano liberi.

Finalmente liberi.

Liberi di sbagliare.

Cosa prevedeva il concorso:

•I racconti dovranno essere ispirati al tema “La libertà di sbagliare...”.
•I racconti dovranno avere la lunghezza massima di 3.844 battute (in omaggio alla distanza tra la Terra e la Luna) spazi ESCLUSI.
•Ogni racconto dovrà contenere un termine inventato dall’autore.
 

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